Dott. Riccardo Amedeo Preziosi

Psicologo - Psicoterapeuta

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Superare il tradimento, è possibile?

Il perdono e la ferita del tradimento

Freud guardava l’amore con uno sguardo lucido, ma severo. Per lui, quando diciamo di amare qualcuno, spesso non amiamo davvero l’altro nella sua realtà più profonda: amiamo piuttosto ciò che l’altro risveglia in noi, l’immagine migliore di noi stessi che vediamo riflessa nei suoi occhi. L’amato diventa allora una specie di specchio prezioso, capace di restituirci un Io più luminoso, più forte, più desiderabile. In questo senso l’innamoramento non sarebbe soltanto apertura all’altro, ma anche potenziamento narcisistico: ci sentiamo più vivi perché qualcuno ci guarda come vorremmo essere guardati.

Da qui nasceva anche la diffidenza freudiana verso l’idea di un amore puro, disinteressato, interamente rivolto al prossimo. Nell’amore umano, pensava Freud, raramente siamo davvero liberi dal bisogno di essere confermati, riconosciuti, idealizzati. Amiamo l’altro, certo, ma insieme chiediamo all’altro di sostenerci, di rispecchiarci, di farci sentire interi. E quando questo specchio si incrina, quando l’altro smette di restituirci l’immagine che desideriamo, l’amore può trasformarsi rapidamente in dolore, gelosia, rabbia, umiliazione.

Anche la gelosia maschile, in questa prospettiva, non nascerebbe soltanto dalla paura di perdere la persona amata. Sarebbe spesso abitata da qualcosa di più inquietante: la proiezione sull’altro di desideri che il soggetto non riesce a riconoscere in se stesso. Il geloso sospetta il tradimento perché, in fondo, conosce dentro di sé la possibilità del tradire. Accusa l’altro di una libertà che lo spaventa perché appartiene anche a lui. Così la gelosia diventa non solo paura dell’abbandono, ma scena interiore in cui il proprio desiderio viene espulso, attribuito all’altro, trasformato in colpa dell’altro.

Eppure esistono amori che sembrano mettere in crisi questa lettura così disincantata. Esiste un modo diverso di amare. Esistono amori in cui l’altro non è soltanto uno specchio, non è soltanto il luogo in cui l’Io cerca conferma. Sono amori in cui l’altro viene incontrato davvero come altro: non come prolungamento di sé, non come proprietà, non come garanzia contro la solitudine, ma come presenza libera, autonoma, irriducibile. In questi amori si ama qualcuno non perché ci completa in modo perfetto, ma perché ci raggiunge nella sua differenza. Si ama il suo modo singolare di stare al mondo, anche quando non coincide con il nostro desiderio, anche quando ci sfugge, anche quando ci obbliga a fare i conti con ciò che non possiamo controllare.

Questo, però, non rende tali amori invulnerabili. Anche gli amori più veri possono rompersi. Anche i legami più profondi possono essere feriti dal tradimento. Forse proprio perché non sono costruiti sulla fusione, proprio perché lasciano spazio alla libertà dell’altro, portano con sé un rischio più grande. L’altro può scegliere, può sbagliare, può allontanarsi, può cedere a un desiderio opaco, può ferire. L’amore maturo non elimina questa possibilità. Non chiude l’altro dentro una stanza sigillata. Non lo trasforma in una proprietà. Lo lascia libero, e proprio per questo si espone alla possibilità della ferita.

Ci sono amori che hanno costruito una vita intera. Amori che hanno attraversato anni, figli, case, responsabilità, malattie, fatiche economiche, progetti, viaggi, lutti, entusiasmi. Amori che non sono rimasti fermi all’ebbrezza iniziale dell’innamoramento, ma hanno saputo diventare storia, memoria, corpo condiviso, quotidianità. In questi legami la promessa del “per sempre” non è soltanto una formula romantica. È una scommessa contro il tempo. È il tentativo, fragile e grandioso, di dire: io scelgo te, continuo a sceglierti, voglio attraversare la vita con te.

Ma che cosa accade quando questa promessa viene tradita? Che cosa accade quando uno dei due vive un’altra relazione, un’altra intimità, un altro desiderio, e lo fa nel segreto, nella menzogna, nella doppiezza? Che cosa accade quando chi ha tradito torna, chiede perdono, dice di amare ancora, vorrebbe che qualcosa fosse salvato? È possibile perdonare davvero? È possibile amare ancora chi ci ha fatto sentire sostituibili, umiliati, esclusi dalla verità della sua vita?

La risposta non può essere semplice. Perché il tradimento non ferisce soltanto la fiducia. Ferisce l’immagine che avevamo della nostra storia. Ferisce il passato, perché ci costringe a chiederci se ciò che abbiamo vissuto fosse vero. Ferisce il presente, perché rende improvvisamente estraneo chi era familiare. Ferisce il futuro, perché incrina la promessa su cui avevamo appoggiato la nostra speranza. Chi viene tradito non perde solo una certezza sull’altro: perde, almeno per un tempo, anche una certezza su di sé. Si domanda: perché non sono bastato? Che cosa non ho visto? Che cosa è stato reale? Dove ero mentre accadeva tutto questo?

In quel punto il narcisismo grida. Chiede vendetta, giustizia, riparazione immediata. Vorrebbe cancellare l’altro, punirlo, umiliarlo, ristabilire un equilibrio. Ed è comprensibile. Perché il dolore del tradimento è anche dolore dell’impotenza. Non si può tornare indietro, non si può cancellare la scena, non si può impedire che sia accaduta. Si resta davanti a qualcosa di irreparabile. E proprio lì il perdono, quando accade, non è mai un gesto leggero. Non è dimenticare, non è minimizzare, non è fare finta che non sia successo. Il perdono autentico nasce solo se attraversa interamente la gravità della ferita.

Perdonare non significa dire che il tradimento non conta. Significa, semmai, riconoscere che l’altro è più grande del suo errore, ma solo dopo aver riconosciuto che quell’errore ha fatto male davvero. Significa accettare che la persona amata non coincide più con l’immagine ideale che avevamo custodito. L’altro appare allora nella sua umanità più scomoda: fragile, contraddittorio, capace di amare e di ferire, capace di desiderare e di mentire, capace di perdersi. È forse questo il punto più difficile: perdonare non l’altro ideale, ma l’altro reale.

Per questo Derrida parlava del perdono come perdono dell’imperdonabile. Se perdoniamo solo ciò che è facilmente spiegabile, ciò che possiamo giustificare senza dolore, forse non stiamo davvero perdonando. Il perdono comincia dove qualcosa resta duro, opaco, non del tutto assimilabile. Comincia dove non possiamo semplicemente dire: “Ti capisco, dunque ti assolvo”. Comincia invece dove diciamo, più dolorosamente: “Quello che hai fatto mi ha ferito profondamente, e tuttavia provo a non ridurti solo a questa ferita”.

Per un uomo, tutto questo può essere particolarmente difficile. Non perché gli uomini amino meno, né perché soffrano meno. Forse, anzi, proprio perché spesso non sanno dove mettere quella sofferenza. La cultura maschile insegna più facilmente a reagire che a restare feriti, a difendersi che a mostrarsi vulnerabili, a trasformare l’umiliazione in rabbia piuttosto che in parola. Il tradimento della donna amata può toccare nell’uomo una zona profondissima: non solo la perdita dell’amore, ma la ferita dell’orgoglio, del possesso, dell’identità virile. Come se il tradimento dicesse brutalmente: tu non hai potuto impedire che l’altro fosse libero.

La libertà dell’altro è il cuore più difficile dell’amore. Perché amare qualcuno significa anche riconoscere che non lo possediamo. Che non possiamo garantirci la sua fedeltà come si garantisce una proprietà. Che l’altro può scegliere noi, ma non appartenerci mai del tutto. Il tradimento rende questa verità insopportabilmente concreta. Mostra il limite del potere, dell’avere, del controllo. Costringe a incontrare la propria castrazione, cioè il fatto che non siamo onnipotenti nell’amore, non siamo padroni del desiderio dell’altro, non possiamo essere tutto per l’altro.

Per questo l’orgoglio maschile può opporsi violentemente al perdono. Può preferire la rottura netta, la vendetta, il disprezzo, la cancellazione. Non sempre per mancanza d’amore, ma perché perdonare significherebbe restare in contatto con una vulnerabilità quasi intollerabile. Vorrebbe dire ammettere: sono stato ferito, sono stato colpito, non ero invulnerabile. Vorrebbe dire rinunciare alla corazza del dominio e sostare in una posizione più nuda, più umana, più esposta.

Eppure, quando il perdono accade davvero, può aprire una gioia misteriosa. Non una gioia euforica, non la cancellazione del dolore, ma una forma di sollievo profondo. Come se gli amanti riuscissero, per un momento, a uscire dalla prigione della vendetta. Come se potessero riconoscere che l’amore non coincide con l’innocenza, non coincide con l’ideale, non coincide con la perfezione. L’altro viene amato nella sua realtà, non più soltanto nella sua immagine luminosa. Viene amato come essere umano: capace di deludere, di cadere, di sbagliare, ma anche di soffrire, di assumersi la colpa, di chiedere, di cambiare.

Nell’esperienza analitica accade spesso di vedere che, nei tradimenti più dolorosi, la sofferenza non appartiene solo a chi è stato tradito. Talvolta chi ha tradito porta dentro di sé un peso enorme. Non solo il senso di colpa per la menzogna, non solo la paura di aver distrutto ciò che amava, ma qualcosa di ancora più intimo: la percezione di aver tradito se stesso. Di non essere stato all’altezza del proprio desiderio più profondo. Di aver agito contro l’amore che, in fondo, riconosceva come il più vero.

Una paziente raccontava, con grande dolore, una breve relazione clandestina. Non la descriveva come un grande amore alternativo, né come una vera scelta. La sentiva piuttosto come un gesto disperato, quasi un grido agito nel corpo, nato dal bisogno di essere vista da un marito che sentiva lontano, assorbito dalla propria affermazione professionale. Quell’avventura venne scoperta. Il marito soffrì, naturalmente. Ma dopo il trauma, dopo la rabbia e lo smarrimento, riuscì a perdonarla. Non perché il tradimento fosse irrilevante, ma perché poté riconoscere che dentro quell’atto c’era anche una storia di solitudine, di disattenzione, di distanza emotiva. Poté vedere non solo la colpa di lei, ma anche la ferita del loro legame.

Eppure lei non riusciva a perdonarsi. Il perdono del marito non bastava a liberarla. Continuava a sentire dentro di sé una vergogna profonda, una pena che non si esauriva nel fatto di aver mentito. Il punto più doloroso era un altro: sentiva di aver tradito il proprio amore. Di aver ferito non solo il marito, ma la parte più autentica di sé, quella che sapeva quanto quel legame fosse importante. Come se il tradimento l’avesse messa davanti a una verità durissima: non sempre siamo all’altezza di ciò che amiamo di più.

Forse il perdono più difficile comincia proprio lì. Non soltanto nel chiedere all’altro di amarci ancora, ma nel riuscire un giorno a guardarci senza disprezzo. Nel riconoscere che abbiamo sbagliato, che abbiamo ferito, che abbiamo tradito una promessa, e tuttavia non siamo solo il nostro errore. Perdonare e perdonarsi non significa assolversi troppo in fretta. Significa assumere fino in fondo la responsabilità della ferita, senza trasformarla in una condanna eterna.

Il tradimento resta una delle prove più dolorose dell’amore perché costringe entrambi a perdere qualcosa. Chi è tradito perde l’innocenza della fiducia. Chi tradisce perde l’innocenza della propria immagine. Ma talvolta, non sempre, da questa perdita può nascere una forma più vera di legame. Non più fondata sull’illusione che l’altro non potrà mai ferirci, ma sulla consapevolezza tragica e tenera che l’altro è libero, fragile, umano. E che amare, quando è ancora possibile, significa scegliere non l’altro perfetto, ma l’altro reale.

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