Dott. Riccardo Amedeo Preziosi

Psicologo - Psicoterapeuta

Tel: 3474785135

Ricevo a: Monza e Milano

Sofferenza e legami familiari

La sofferenza psichica non può essere compresa esclusivamente come espressione di un sintomo individuale isolato dal contesto relazionale entro cui il soggetto si è sviluppato. Ogni individuo costruisce infatti la propria identità, il proprio modo di percepire sé stesso e il mondo, all’interno di configurazioni relazionali ed emotive che organizzano profondamente il significato dell’esperienza. In questa prospettiva, il sintomo assume il valore di una modalità specifica attraverso cui il soggetto tenta di dare forma, contenere o esprimere conflitti affettivi e posizionamenti relazionali profondi.

Alcuni contesti familiari tendono a organizzarsi attorno a nuclei emotivi dominanti che, nel tempo, strutturano specifiche modalità di pensare, sentire e stare in relazione. Non si tratta semplicemente di temi narrativi ricorrenti, ma di veri e propri campi affettivi entro cui i membri della famiglia costruiscono la propria identità e definiscono il proprio valore personale. All’interno di tali configurazioni, il soggetto viene progressivamente collocato in determinate posizioni emotive e relazionali che influenzano profondamente la sua organizzazione psichica.

Una prima configurazione riguarda il tema della libertà e della dipendenza. In alcune famiglie, il mondo viene percepito come un luogo potenzialmente minaccioso, imprevedibile o pericoloso. In tali contesti, il bisogno di protezione convive con un intenso desiderio di autonomia. L’altro rappresenta contemporaneamente sicurezza e costrizione: la vicinanza protegge dall’angoscia, ma rischia anche di limitare l’individualità e la libertà del soggetto. Ne derivano movimenti oscillatori di avvicinamento e allontanamento, tipici di molte organizzazioni fobiche, in cui il bisogno dell’altro si accompagna alla paura della dipendenza. La regolazione della distanza relazionale diviene così un tema centrale della vita psichica.

Un secondo nucleo riguarda invece il rapporto tra colpa, purezza e desiderio. In alcune organizzazioni familiari, l’affermazione di sé, il piacere e l’espressione pulsionale vengono vissuti come moralmente pericolosi o distruttivi. La rinuncia, il sacrificio e l’autocontrollo assumono allora un valore idealizzato, mentre il desiderio viene associato a vissuti di colpa, contaminazione o perdita di integrità morale. In tali contesti, il conflitto psichico si organizza frequentemente intorno al controllo degli impulsi, alla paura della trasgressione e alla necessità di preservare un’immagine di sé percepita come “buona” o pura. Molte organizzazioni ossessive sembrano strutturarsi attorno a questa tensione profonda tra desiderio e colpa.

Un ulteriore assetto relazionale è centrato sul tema del potere, della superiorità e della vergogna. Qui il valore personale tende a dipendere fortemente dal riconoscimento esterno, dalla competizione e dalla posizione occupata nelle relazioni. Il soggetto vive costantemente il confronto con l’altro come una verifica del proprio valore e della propria legittimità esistenziale. Vincere o perdere assume un significato profondamente identitario. La vergogna, il senso di inferiorità o il bisogno di controllo possono diventare elementi centrali dell’esperienza emotiva. Il corpo stesso può trasformarsi in luogo privilegiato di espressione del conflitto, come avviene frequentemente nei disturbi alimentari, dove il controllo del peso, dell’immagine e dei bisogni corporei assume una funzione profondamente relazionale e identitaria.

Vi sono infine configurazioni dominate dal tema dell’appartenenza, dell’inclusione e dell’esclusione. In tali contesti, il bisogno fondamentale riguarda la possibilità di sentirsi riconosciuti, accolti e legittimati all’interno del gruppo familiare o affettivo. L’esclusione, reale o fantasmaticamente vissuta, assume il significato di una ferita profonda al senso di esistenza del soggetto. Rabbia, disperazione, senso di ingiustizia o vissuti depressivi possono emergere laddove il soggetto percepisce di non avere un posto sufficientemente riconosciuto nel legame con l’altro. In queste organizzazioni relazionali, il dolore psichico appare frequentemente connesso a vissuti di perdita dell’appartenenza, marginalizzazione affettiva o impossibilità di sentirsi degni d’amore e riconoscimento.

Da una prospettiva psicoanalitica, tali configurazioni non devono essere intese in modo rigido o classificatorio. Esse rappresentano piuttosto organizzazioni profonde del mondo interno e relazionale, costruite attraverso le esperienze affettive primarie e continuamente riattualizzate nelle relazioni significative della vita adulta. Il sintomo non costituisce quindi soltanto un disturbo da eliminare, ma un tentativo del soggetto di mantenere un equilibrio psichico all’interno di conflitti emotivi che spesso affondano le loro radici nelle prime esperienze relazionali.

Il lavoro terapeutico consiste allora nella possibilità di rendere progressivamente pensabili tali organizzazioni inconsce, osservando il modo in cui esse si ripresentano nella relazione analitica attraverso il transfert. La terapia permette al soggetto di riconoscere le polarità emotive entro cui è stato costretto a costruire la propria identità, offrendo la possibilità di sviluppare configurazioni più integrate, meno rigide e maggiormente tollerabili sul piano affettivo. In questo senso, la relazione terapeutica non rappresenta soltanto uno spazio di comprensione del sintomo, ma un’esperienza trasformativa attraverso cui il paziente può progressivamente ridefinire il proprio modo di stare in relazione con sé stesso e con gli altri.

Articoli di psicologia