Dott. Riccardo Amedeo Preziosi

Psicologo - Psicoterapeuta

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Fidarsi dell’altro: relazioni ed emozioni

La fiducia rappresenta uno dei primi organizzatori della vita psichica. Prima ancora che il bambino possa attribuire significati complessi alle esperienze, egli sperimenta il mondo attraverso la qualità delle relazioni primarie e delle cure ricevute. È all’interno di queste prime esperienze corporee ed emotive che si costruisce progressivamente la percezione dell’altro come presenza affidabile oppure, al contrario, come fonte di imprevedibilità e discontinuità.

La fiducia primaria non coincide con un pensiero consapevole, ma con una sensazione profonda di sicurezza interna. Il bambino che sperimenta una presenza sufficientemente stabile, capace di rispondere ai bisogni emotivi e fisici con continuità e sensibilità, interiorizza gradualmente l’idea che il mondo possa essere abitabile e che l’altro possa costituire un riferimento protettivo. Tale esperienza non elimina la frustrazione o l’assenza, ma consente al soggetto di tollerarle senza vivere costantemente il timore di una perdita definitiva o di un crollo del legame.

Al contrario, quando le esperienze relazionali precoci risultano caratterizzate da incoerenza, trascuratezza, imprevedibilità o forte instabilità emotiva, il bambino può sviluppare una modalità di funzionamento maggiormente improntata alla sfiducia. In questi casi il mondo viene percepito come meno prevedibile e le relazioni possono assumere tonalità difensive, caratterizzate dal bisogno di controllo, dal timore dell’abbandono o dalla difficoltà ad affidarsi autenticamente all’altro.

La fiducia non rappresenta tuttavia una condizione assoluta. Ogni individuo conserva, accanto alla capacità di affidarsi, anche quote di diffidenza e di paura. Lo sviluppo psichico non consiste nell’eliminazione della sfiducia, ma nella possibilità di costruire un equilibrio sufficientemente stabile tra apertura e protezione di sé. Una fiducia matura implica infatti anche la capacità di riconoscere il limite, la separazione e l’imperfezione dell’altro senza che questo determini automaticamente vissuti catastrofici.

Le esperienze precoci di fiducia o sfiducia tendono inoltre a riattivarsi nel corso dell’intera vita relazionale. Nei rapporti affettivi, nelle amicizie, nella relazione terapeutica e persino nei contesti lavorativi, gli individui tendono inconsciamente a riproporre aspettative profonde relative alla disponibilità o all’inaffidabilità dell’altro. Per questo motivo il tema della fiducia rappresenta non soltanto una fase dello sviluppo infantile, ma una dimensione centrale dell’esistenza psichica e relazionale dell’essere umano.

In tale prospettiva, la psicoterapia psicoanalitica assume un ruolo particolarmente significativo. Molti pazienti giungono in terapia portando non soltanto sintomi o conflitti specifici, ma modalità profonde di vivere il rapporto con l’altro, spesso organizzate intorno alla paura della dipendenza, del rifiuto, dell’invasione o dell’abbandono. La relazione terapeutica diventa quindi uno spazio in cui tali configurazioni relazionali possono progressivamente emergere, essere pensate e trasformate.

La fiducia terapeutica non si costruisce attraverso rassicurazioni immediate o interpretazioni precoci, ma attraverso la continuità dell’incontro, la stabilità del setting e la possibilità di sperimentare una relazione sufficientemente affidabile. Il paziente, nel tempo, tende a riproporre nel transfert aspettative inconsce maturate nelle relazioni primarie: timori di non essere compreso, vissuti di giudizio, fantasie di rifiuto oppure bisogni intensi di riconoscimento e dipendenza. La terapia psicoanalitica lavora proprio sulla possibilità di rendere pensabili tali movimenti emotivi, senza agire immediatamente né colludere con essi.

Da questo punto di vista, il trattamento psicoanalitico non si limita alla riduzione sintomatica, ma mira a una trasformazione più profonda del funzionamento relazionale e affettivo. Attraverso l’esperienza di una relazione stabile, pensante e sufficientemente contenitiva, il soggetto può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di tollerare l’incertezza, riconoscere i propri stati emotivi e costruire modalità più integrate di stare in relazione con sé stesso e con gli altri.

La fiducia, in analisi, non coincide quindi con un affidamento ingenuo o regressivo, ma con la possibilità di vivere la relazione senza essere costantemente dominati dalla paura della perdita, dell’umiliazione o della distruttività. In questo senso, la terapia può rappresentare uno spazio in cui esperienze relazionali originariamente segnate dalla sfiducia trovano finalmente la possibilità di essere simbolizzate, elaborate e trasformate.

Bibliografia essenziale:

  • Erik Erikson, Infanzia e società, Armando Editore.
  • John Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina Editore.
  • Donald Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore.
  • Wilfred Bion, Apprendere dall’esperienza, Armando Editore.
  • René Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti.

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