Il percorso della riflessione psicoanalitica ha da sempre attribuito alla figura paterna un valore centrale nella costruzione della vita psichica individuale e collettiva. Dalla concezione freudiana del padre come elemento fondativo dell’organizzazione mentale e sociale, fino alla prospettiva winnicottiana del padre quale sostegno della relazione madre-bambino, la funzione paterna è stata progressivamente pensata come presenza terza capace di introdurre differenziazione e movimento all’interno della fusionalità originaria. Il padre è stato così associato alla funzione di separazione, di delimitazione e di organizzazione dell’esperienza pulsionale, consentendo il passaggio dall’indistinto alla possibilità di pensare, simbolizzare e costruire un ordine evolutivo. Come sottolinea Pellizzari, numerosi miti delle origini descrivono un tempo iniziale dominato dal caos e dall’assenza di forma; in questo contesto la funzione paterna assume il significato simbolico del riconoscimento, dell’elevazione del figlio a una dimensione umana e culturale che lo separa dalla fusione primaria con la madre e dalla pura appartenenza alla natura. In questo senso il padre è stato storicamente investito del compito di garante dell’ordine simbolico e della civiltà, tanto nel contesto familiare quanto nella struttura sociale più ampia.
Con la modernità, tuttavia, il sistema simbolico centrato sulla figura paterna è andato incontro a una profonda trasformazione. La funzione paterna attraversa oggi una crisi inedita, legata a molteplici cambiamenti storici e culturali. La progressiva affermazione della democrazia ha incrinato l’idea di un’autorità assoluta e indiscutibile, sostituendola con una concezione del potere fondata sul confronto e sulla negoziazione. Parallelamente, l’emancipazione femminile e il superamento della figura tradizionale del capofamiglia hanno modificato radicalmente gli equilibri simbolici e pratici della vita familiare. In passato il padre incarnava un’autorità che trascendeva la sua persona: anche un uomo fragile o marginale manteneva un potere riconosciuto in quanto padre. Oggi questa investitura automatica è venuta meno. Il padre contemporaneo non può più contare su una legittimazione garantita dall’ordine sociale, ma deve costruire la propria autorevolezza attraverso la qualità della presenza e della relazione.
A differenza della maternità, vissuta anche attraverso un’esperienza corporea immediata, la paternità richiede un’elaborazione mentale complessa. Diventare padre implica un movimento psichico di trasformazione identitaria che obbliga l’uomo a ridefinire il proprio posto nel mondo e nei legami affettivi. L’esperienza della procreazione, infatti, non coincide per l’uomo con un’evidenza corporea diretta; la paternità deve essere progressivamente riconosciuta, pensata e assunta. Questo processo comporta una revisione profonda della propria storia personale e generazionale, una riorganizzazione delle relazioni presenti e passate e la costruzione di uno spazio interno capace di accogliere il nuovo oggetto d’amore rappresentato dal figlio.
Il volume Diventare padre. Sguardi sulla paternità interiore, curato da Laura Mori, nasce proprio dall’esigenza di esplorare queste trasformazioni profonde della soggettività paterna. Il libro raccoglie il lavoro di un gruppo di psicoanalisti, psicoterapeuti e medici che, nell’arco di quattro anni, si sono confrontati mensilmente sul tema dell’identità paterna attraverso materiali clinici, riferimenti teorici, opere letterarie, film e produzioni artistiche. La riflessione gruppale ha consentito di far emergere intuizioni e configurazioni di senso che, pur non essendo completamente nuove, acquistano originalità proprio nel modo in cui vengono intrecciate e pensate collettivamente. La narrativa e l’arte assumono qui un ruolo fondamentale, poiché permettono di avvicinarsi alle verità emotive e profonde dell’esperienza della paternità, restituendone la dimensione affettiva, identitaria ed esistenziale al di là delle sole funzioni sociali o normative.
Nei primi capitoli del testo vengono descritte le trasformazioni psichiche legate all’emergere della “paternità interiore”, definita come l’insieme delle fantasie, dei movimenti emotivi e delle dinamiche inconsce che si attivano nell’uomo a partire dalla nascita del figlio. Questa esperienza modifica il rapporto con se stessi, con il bambino reale e con il mondo circostante. Laura Mori richiama, a questo proposito, un intenso brano autobiografico di Vladimir Nabokov tratto da Parla, ricordo, nel quale il protagonista, tornando a casa dopo la nascita del figlio, percepisce il paesaggio urbano come radicalmente trasformato. La strada percorsa infinite volte appare nuova, estranea e sorprendente; gli odori, le ombre e la luce assumono significati inediti. La nascita del figlio produce così un cambiamento nella percezione del mondo e dell’identità: il soggetto non è più soltanto figlio, ma diventa contemporaneamente padre. In questa esperienza convivono entusiasmo e spaesamento, gioia e perdita, meraviglia e inquietudine.
Anche altri riferimenti letterari presenti nel libro consentono di cogliere la complessità emotiva dell’incontro tra il padre e il neonato. In alcune pagine di Anna Karenina, ad esempio, il protagonista sperimenta di fronte al figlio sentimenti inattesi di estraneità, disgusto e pietà, molto lontani dall’immagine idealizzata della paternità che si era costruito. Emergono qui le difficoltà iniziali del processo di riconoscimento del figlio come “proprio”, insieme al terrore, alla responsabilità e alla vulnerabilità che accompagnano il legame nascente.
Le autrici insistono molto sull’idea che la paternità introduca l’uomo in un nuovo territorio emotivo fondato sulla vulnerabilità. L’amore paterno appare spesso intrecciato alla paura: paura per la fragilità del figlio, per la possibilità della perdita, per la responsabilità verso un essere totalmente dipendente. In Una vita come tante di Hanya Yanagihara, il futuro padre descrive un amore che non nasce dall’attrazione o dal piacere, ma dall’angoscia e dalla preoccupazione costante per il benessere del figlio. La paternità amplia così il campo percettivo dell’uomo, orientandolo verso il futuro e verso la necessità di proteggere ciò che appare fragile e vulnerabile.
Nel percorso verso la paternità assume inoltre grande rilievo il rapporto con il proprio padre. Diventare padre significa inevitabilmente confrontarsi con la propria genealogia, con i modelli ricevuti e con il “debito di vita” nei confronti delle generazioni precedenti. Riprendendo Monique Bydlowsky, il libro sottolinea come il processo di filiazione implichi il riconoscimento inconscio di ciò che si è ricevuto dai propri genitori e antenati. Il passaggio alla paternità comporta quindi anche un movimento simbolico di successione generazionale: il figlio prende il posto del padre, assumendo una posizione adulta che porta con sé orgoglio ma anche senso di colpa, tristezza e lutto per l’invecchiamento e il ridimensionamento della figura paterna.
I capitoli successivi si concentrano invece su esperienze cliniche e osservative relative alla paternità. Vengono presentati gruppi esperienziali per futuri padri e neo-padri, osservazioni domiciliari ispirate all’Infant Observation di Esther Bick, riflessioni sulle nascite premature, sui lutti, sulle perdite e sulle forme difficili della paternità. In tutti questi contesti emerge come il diventare padre richieda un intenso lavoro di riadattamento psichico, capace di trasformare le esperienze di mancanza, vergogna, impotenza o esclusione in nuove possibilità di legame e crescita.
Pur nel mutamento delle strutture familiari e culturali, il libro sostiene che la funzione paterna continui a mantenere una rilevanza fondamentale per lo sviluppo psichico del figlio. Non si tratta più di riproporre nostalgicamente il modello patriarcale dell’autorità assoluta, ma di pensare a una funzione paterna capace di integrare limite, etica, tenerezza e presenza affettiva. In questa prospettiva, il riferimento al romanzo La strada di Cormac McCarthy diventa emblematico: in un mondo devastato e privo di ordine simbolico, il legame tra padre e figlio sopravvive grazie alla cura reciproca, alla protezione e alla delicatezza del contatto umano. Il padre non appare più come figura minacciosa o normativa, ma come presenza capace di custodire la vita e trasmettere speranza.
Il libro sottolinea inoltre come i padri contemporanei siano sempre più coinvolti nell’accudimento precoce del bambino e come questo comporti l’attivazione di aspetti psichici tradizionalmente attribuiti al femminile. I nuovi padri sono chiamati a confrontarsi con dimensioni di dipendenza, regressione, tenerezza e vulnerabilità, integrando identificazioni maschili, femminili e infantili in modo più articolato rispetto al passato.
Riprendendo il pensiero di Franco Fornari, viene infine evidenziato come la società contemporanea sembri soffrire di uno squilibrio tra “codice materno” e “codice paterno”, con una prevalenza di modalità affettive fondate sulla comprensione e una crescente difficoltà a trasmettere il limite, la frustrazione e il principio di realtà. Tuttavia, in assenza degli antichi sistemi simbolici che sostenevano automaticamente l’autorità paterna, la funzione del limite non può più appartenere esclusivamente ai padri reali, ma deve diventare una responsabilità condivisa dall’intera società.
In conclusione, il volume suggerisce che il futuro della paternità non risieda nel recupero nostalgico del padre autoritario, ma nella possibilità di costruire una paternità interna capace di tenerezza, ascolto, responsabilità e trasformazione creativa della vulnerabilità. In un’epoca caratterizzata dalla fluidità dei ruoli e delle identità, il padre può ancora trovare una propria specificità proprio nella capacità di abitare questo spazio psichico complesso, fatto di fragilità, cura, separazione e speranza.


